Grandi fiere di settore: conviene ancora partecipare alle fiere zootecniche oggi?
- Daniele Di Federico
- 24 feb
- Tempo di lettura: 4 min

Negli ultimi anni, una delle domande che ogni azienda dovrebbe iniziare seriamente a porsi è se abbia ancora senso partecipare alle grandi fiere di settore. Per molto tempo la risposta è stata quasi scontata: “sì, bisogna esserci”. La fiera più grande, la più bella, quella più affollata è sempre stata percepita come il palcoscenico naturale su cui dimostrare solidità, crescita e rilevanza. Questo vale in modo particolare nel settore zootecnico, dove la presenza fisica è stata storicamente sinonimo di credibilità.
Ma cosa succede davvero oggi quando un’azienda decide di partecipare a una grande fiera?
Costi delle grandi fiere di settore: un investimento sempre maggiore
Il primo elemento da analizzare è il costo. Partecipare a una grande manifestazione richiede investimenti sempre più elevati: spazi espositivi, allestimenti, logistica, personale, trasferte, materiali promozionali. Il budget necessario è spesso molto più alto rispetto a quello richiesto da eventi secondari, verticali o addirittura da eventi proprietari organizzati direttamente dall’azienda. Eppure, a fronte di questo investimento importante, il ritorno reale è spesso inferiore alle aspettative.
Pubblico delle fiere zootecniche: chi sono davvero i visitatori
Se analizziamo la composizione del pubblico che frequenta le grandi fiere, il quadro diventa ancora più chiaro. In media, un buon 50–60% dei partecipanti è composto da tecnici: figure fondamentali, certo, ma che nella maggior parte dei casi non sono i decisori d’acquisto diretti. Un altro 35–40% è rappresentato da curiosi, visitatori occasionali, studenti o accompagnatori. Alla fine, la percentuale di veri stakeholder – cioè persone con reale potere decisionale e interesse concreto all’acquisto – si riduce spesso a un 2–3%.
Questo significa che una parte enorme delle energie, del tempo e del budget viene spesa per intercettare persone a cui, di fatto, non venderemo mai. È un modello che ha funzionato in passato, quando la fiera era uno dei pochi luoghi di incontro tra domanda e offerta, ma che oggi mostra chiaramente tutti i suoi limiti.
Strategia marketing fiere: ha ancora senso investire in eventi generalisti?
A questo punto entra in gioco una riflessione strategica fondamentale: ha ancora senso investire così tanto in contesti altamente dispersivi, oppure è più efficace ripensare completamente il modo in cui costruiamo la relazione con il mercato?
Eventi aziendali di nicchia: alternativa alle grandi fiere di settore
Sempre più spesso la risposta è la seconda. In molti casi, organizzare eventi più piccoli, più strutturati e più mirati consente di ottenere risultati migliori con costi inferiori. Eventi pensati su misura, in ambienti più intimi, permettono di aumentare drasticamente il livello di attenzione dei partecipanti. Le persone non sono distratte da centinaia di stand, non devono correre da un padiglione all’altro, ma sono lì per un motivo preciso.
In questo tipo di contesto, l’investimento può essere destinato ad attività realmente mirate, misurabili e orientate all’obiettivo. Meno dispersione, più qualità. Meno volume, più profondità. E soprattutto, un controllo molto maggiore sul ritorno dell’investimento.
La fiera come punto di arrivo del funnel commerciale, non come inizio
C’è poi un altro punto cruciale che spesso viene sottovalutato: l’idea che la fiera si “costruisca sul posto”. Molte aziende continuano a pensare che il lavoro inizi quando le persone passano davanti allo stand, che basti fermarle, iniziare una conversazione e da lì far nascere una relazione commerciale. La realtà è molto diversa. La maggior parte delle persone scappa, evita il contatto o si ferma senza un reale interesse, facendo perdere tempo prezioso.
Oggi la fiera non può più essere il punto di partenza della relazione. Deve essere, semmai, uno dei punti di arrivo.
Bisogna partire da una strategia digitale pre-fiera: costruire relazioni online prima dell’evento
La relazione vera si costruisce prima, online. Serve anticiparsi con un lavoro strutturato di comunicazione digitale, con un team dedicato che inizi a contattare le persone, a creare contenuti, a scaldare il pubblico e a qualificare i contatti. Solo dopo questo percorso ha senso l’incontro fisico, che diventa finalmente un momento ad alto valore: ci si guarda in faccia, si approfondisce, si chiariscono le esigenze e si finalizza.
In questa logica, la fiera può ancora avere un ruolo, ma completamente diverso. Non più luogo di “pesca casuale”, bensì appuntamento programmato. Le persone giuste vengono invitate, sanno perché stanno andando e con chi si incontreranno. E se poi, attorno a questo nucleo qualificato, passano anche curiosi o altri stakeholder interessanti, tanto meglio: quelli diventano un bonus, non il cuore della strategia.
Su quali fiere ed eventi dovrebbero puntare le PMI?
Spingendo ancora oltre questo ragionamento, in molti casi l’incontro fisico potrebbe persino avvenire al di fuori della fiera. Eventi proprietari, open day, incontri tematici, visite aziendali o workshop riservati possono risultare ancora più efficaci. Ambienti controllati, messaggi chiari, pubblico selezionato. Incontri finalizzati, mirati, con un obiettivo preciso.
Quando le grandi fiere servono davvero alle aziende?
Alla luce di tutto questo, il punto non è dire che “le fiere non servono più”. Servono ancora, ma solo a determinate condizioni. Le grandi fiere restano uno strumento valido per le grandissime aziende, che hanno bisogno di fare awareness, rafforzare il posizionamento e presidiare il mercato anche a livello simbolico. Per loro, l’investimento ha senso come azione di branding di lungo periodo.
Fiere zootecniche e PMI: perché partecipare per abitudine è un errore
Per la maggior parte delle aziende zootecniche, però, continuare a partecipare alle grandi fiere per abitudine o per paura di “non esserci” rischia di essere una scelta poco razionale. Oggi più che mai servono strategie consapevoli, basate sui dati, sulla qualità delle relazioni e sulla capacità di integrare online e offline in un unico percorso coerente.
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