In molte stalle che visito, la mattina presto, prima di sentire le vacche si sente la statale. Camion che partono, auto incolonnate, lo scooter del vicino che va al turno. Poi capita che qualcuno mi chieda, in perfetta buona fede, se sono davvero le mucche il problema del clima. Non è una domanda stupida: è la domanda che l'inventario nazionale delle emissioni, se lo apri, sposta immediatamente di posto.
I numeri completi del comparto zootecnico, dal metano enterico all'ammoniaca, li ho già raccolti in allevamenti ed emissioni della zootecnia italiana. Qui voglio fare una cosa più semplice e più utile: mettere a confronto due scale. Non per scaricare la coscienza di chi alleva, ma per evitare di chiedere alla vacca il conto dell'asfalto.
Tre percentuali che vale la pena tenere in tasca
La fonte non è un blog di settore. L'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale è l'ente con cui l'Italia rendiconta le proprie emissioni all'Unione Europea e alle Nazioni Unite, quindi sono i numeri con cui il nostro paese si presenta ai tavoli internazionali.
Nel 2024 i trasporti hanno pesato per il 31,2% delle emissioni nazionali di gas serra. L'agricoltura nel suo complesso si è fermata al 7,7%, come conferma anche il rapporto ISPRA sulle emissioni agricole, e dentro quella quota gli allevamenti si collocano intorno al 5,8%.
Messa così, la frase che ogni tanto rimbalza sui social secondo cui le mucche inquinerebbero più delle automobili non regge il confronto con l'inventario ufficiale: il trasporto non pesa il doppio degli allevamenti, ne pesa più di cinque volte. Non serve prendere in giro chi l'ha ripetuta in buona fede, perché l'ha letta da qualche parte scritta con sicurezza. Basta avere questi tre numeri a portata di mano.
C'è poi un dato di tendenza che nel dibattito non compare quasi mai. Tra il 1990 e il 2024 le emissioni dei trasporti, nello stesso indicatore ISPRA, sono cresciute del 10,9%, mentre l'agricoltura le ha ridotte di oltre un quinto e l'Italia nel suo complesso è scesa di circa il 30%. Non siamo davanti a un settore agricolo immobile e a una mobilità virtuosa: è vero l'esatto contrario, con il comparto del cibo che ha piegato la curva e i trasporti che dopo il 2020 sono tornati sopra i livelli pre-pandemia.
Il peso della stalla esiste, questo va detto sempre, e su razione, reflui, genetica e biogas si lavora da anni. Ma non è il motore del clima italiano. Il motore, da noi, sta ancora in larga parte sotto il cofano.
Dentro quel 31,2% c'è soprattutto la strada
Il dato sui trasporti non è un blocco indistinto: ISPRA lo scompone, e la scomposizione è istruttiva.
Nel 2024 il trasporto su strada, sommando passeggeri e merci, ha rappresentato il 92,7% dell'anidride carbonica emessa dall'intero comparto, di cui circa due terzi imputabili al solo trasporto di persone. Il traffico aereo interno, che nei discorsi da bar pesa moltissimo, nello stesso documento vale il 2,1% delle emissioni da trasporto. E la CO₂ da sola copre il 99% del totale del settore, il che ha una spiegazione elementare: bruci carburante fossile ed esce carbonio che stava sottoterra.
Non è un attacco a chi guida, sarebbe assurdo. Guidiamo tutti, il latte arriva in cisterna, i figli vanno accompagnati a scuola e i turni in ospedale vanno coperti. Il punto è un altro: se il dito resta puntato sulla stalla mentre la mobilità vale cinque volte tanto, stiamo discutendo di clima alla scala sbagliata, e nel frattempo non risolviamo né l'una né l'altra cosa.
Se ti interessa un secondo termine di paragone, questa volta su un consumo che nessuno definirebbe essenziale, ho fatto lo stesso esercizio in fast fashion e zootecnia: il tessile, secondo UNEP, vale tra il 2 e l'8% dei gas serra globali, microplastiche escluse dal conto.
Il gasolio e il rumine non fanno la stessa operazione
C'è una distinzione tecnica che rende il confronto ancora più chiaro, e che ho sviluppato per esteso in metano dei ruminanti e metano fossile.
Il metano prodotto dal rumine è biogenico: il suo carbonio proviene dall'erba, dal fieno e dal mais, cioè da piante che pochi mesi prima l'avevano assorbito dall'atmosfera. Resta in cielo una decina d'anni, poi si ossida e torna anidride carbonica riassorbibile dai prati. Non significa impatto nullo, perché finché è metano scalda e parecchio, ma si tratta di un carbonio che era già in circolo.
Il carbonio della benzina, del gasolio e del cherosene era invece sepolto da milioni di anni. Bruciandolo lo immetti per la prima volta nel ciclo, e ci resta per secoli. Una stalla e una coda in tangenziale non stanno compiendo la stessa operazione, anche se entrambe finiscono nella stessa colonna di una tabella espressa in CO₂ equivalente.
In azienda le due cose convivono, ed è onesto ammetterlo: il trattore va a gasolio, la cisterna del latte pure. Quello è fossile di filiera, si misura e si può ridurre. Ma non è il rumine, e confondere i due significa presentare alla vacca un conto che non è il suo.
Cosa vuol dire, in pratica, ragionare in scala
Mettere in scala non significa sostenere che in stalla non ci sia niente da fare. Significa scegliere le leve dove il numero è grande e smettere di vendere come salvezza climatica la chiusura di un allevamento.
All'interno delle aziende le leve efficaci restano quelle poco spettacolari: razione bilanciata, longevità delle bovine, salute della mandria, coperture dei liquami e digestori dove capi e terreni giustificano l'investimento. Una mandria in salute converte meglio, e questo è il motivo per cui benessere animale e prestazione ambientale non sono due bandiere contrapposte.
Fuori dalla stalla, quel 31,2% chiede leve di ben altra portata, dal fossile nella mobilità privata al riequilibrio verso il ferro sulle tratte dove è possibile. Non tocca a me disegnare un piano dei trasporti. Tocca però a chi parla di clima non usare la vacca come scorciatoia retorica.
Resta un'ultima scala, quella geografica. Se sposti la produzione di latte e carne fuori dall'Italia e fuori dall'Unione Europea, non spegni il metano del pianeta: mandi la domanda verso paesi con regole più deboli su reflui, farmaco e benessere, aggiungendo spesso il trasporto navale. Gli animali restano, cambia solo chi li controlla, e nel frattempo i tubi di scappamento italiani continuano a funzionare esattamente come prima.
Io credo nella zootecnia anche per questa ragione: perché ho conosciuto persone che alle cinque misurano il latte, non persone che negano l'inventario. I dati, se li usi per quello che dicono, non ti chiedono di scegliere tra il pianeta e la stalla. Ti chiedono di guardare dove il numero è grande.
Se ti serve portare questo confronto in un incontro o in un'assemblea, con le tre percentuali in mano e senza alzare muri, scrivimi dai Contatti.
