Se ti preoccupi del clima, hai ragione a farlo. Io lo faccio anch’io, e lavoro in stalla. La domanda onesta non è “gli allevamenti inquinano, sì o no?”. È: quanto, rispetto a cosa, e cosa si sta già facendo.

Senza numeri quella conversazione diventa uno slogan. Con i numeri, invece, si può restare umani.

I numeri ISPRA, quelli del 2024

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale aggiorna ogni anno l’inventario nazionale. Non è un think tank di parte. È l’ente pubblico che l’Italia usa per parlare di emissioni con l’Europa e con le Nazioni Unite.

Nel 2024 l’agricoltura italiana ha emesso circa 28 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente: il 7,7% delle emissioni nazionali totali. Lo scrive ISPRA nell’indicatore Emissioni di gas serra dall’agricoltura e nel rapporto sulle emissioni agricole 2024.

Dentro quel 7,7%, gli allevamenti pesano di più degli altri pezzi dell’agricoltura: circa il 76% del settore, che sul totale Italia vuol dire intorno al 5,8–5,9%. I ruminanti domestici, da soli, circa il 4,7%.

Mettili in fila, questi decimali, e succede una cosa semplice: il peso c’è, e va preso sul serio. Non è “la causa del clima”. L’energia, da sola, sta all’81%. Chi ha sentito dire che “le mucche inquinano più delle auto” ha sentito una frase che i conti nazionali non reggono. Non serve prenderlo in giro. Basta mettere il dato sul tavolo.

C’è un altro numero che uso spesso, perché racconta il tempo, non lo scatto. Dal 1990 al 2024 il settore agricolo ha ridotto i gas serra del 22,3%. L’Italia intera, nello stesso periodo, del 30,2%. Non è un settore fermo. È un settore che, tra meno capi, più efficienza e reflui gestiti meglio, ha già piegato la curva.

Cosa c’è dentro quel 5,8%

Non è un blob verde chiamato “allevamento”. ISPRA lo spezza.

La fermentazione enterica — il metano che nasce nel rumine, soprattutto dei bovini — è la fetta più grande, intorno al 48% delle emissioni agricole. Poi la gestione delle deiezioni negli stoccaggi, circa il 21%. Poi una parte dei suoli, quando spandi reflui e fertilizzanti.

Vacche da latte e altri bovini coprono la maggioranza di quella fetta zootecnica; i suini arrivano dopo, poi gli avicoli. Non è una classifica morale. È fisiologia e numeri di capi: un ruminante fermenta, un pollo no nello stesso modo.

Il metano da enterico, dal 1990, è sceso circa del 21%. In Italia i bovini sono calati di circa un terzo, le vacche da latte anche di più, mentre la produzione di latte per capo è salita. Meno animali, più latte per animale, genetica e razioni più precise. Puoi chiamarlo intensificazione. Io lo chiamo, in tante stalle che conosco, mestiere fatto meglio: la vacca che produce 30 litri con una razione pensata sta spesso meglio di quella che ne fa 12 mangiando “come viene”.

Il metano della vacca non è il carbonio del sottosuolo

Qui serve una distinzione che nei conti in CO₂ equivalente spesso sparisce.

Il metano che esce dal rumine è metano biogenico. Il carbonio di quella molecola non arriva dal petrolio. Arriva dall’erba, dal fieno, dal mais: piante che, pochi mesi prima, hanno preso CO₂ dall’aria con la fotosintesi. La vacca mangia. Nel rumine una parte di quel carbonio diventa CH₄. In atmosfera il metano resta circa una decina d’anni (l’IPCC indica una vita media intorno ai 12), poi si ossida di nuovo in CO₂. Quella CO₂ può tornare nell’erba. È un ciclo corto, chiuso tra campo, animale e aria. Non è “zero impatto mentre sta in cielo”: finché è metano, scalda. È un altro tipo di carbonio rispetto a quello che bruciamo dal sottosuolo.

Il carbonio dei combustibili fossili era sepolto da milioni di anni. Quando lo estrai e lo bruci, aggiungi all’atmosfera carbonio che prima non c’entrava col ciclo vivo. Resta in gioco per secoli. Una stalla e una centrale a gas non stanno facendo la stessa operazione, anche se entrambe emettono un gas climalterante.

Lo si può vedere in un prato. L’erba di giugno è fatta di carbonio che era aria. La vacca la mangia. Una parte torna aria come metano, poi di nuovo come CO₂, poi di nuovo erba. Il gasolio del trattore, che serve per produrre qualsiasi coltivazione (natuale) tu voglia mettere nel tuo piatto quello sì, tira su carbonio che stava sotto terra (Come anche quando prendi la macchina per andare a fare la spesa).

Se la mandria incrementa con l'incrementare dell'ottimizzazione delle emissioni di una stalla, non stai continuamente “aggiungendo” carbonio nuovo come fa il fossile.

Ammoniaca: i numeri, e cosa si fa in cortile

Accanto ai gas serra c’è l’ammoniaca (NH₃). Non è un gas climalterante nel senso del metano. È qualità dell’aria, depositi sull’acqua, odore. I dati vanno messi comunque, dritti.

Nel 2024, secondo l’indicatore ISPRA Emissioni di ammoniaca dall’agricoltura, il settore agricolo ha emesso 323,5 mila tonnellate di NH₃: circa il 90% del totale nazionale. Rispetto al 2005 è già scesa del 24%, e questo conta per gli obiettivi europei (direttiva NEC). La fonte più pesante, dentro l’agricoltura, è la gestione degli allevamenti: ricovero e stoccaggio da soli il 54,1% delle ammoniache agricole. Se ci aggiungi lo spandimento dei reflui, la stalla e il campo intorno restano il cuore del dato — nelle sintesi ISPRA si arriva oltre il 60% del totale nazionale.

Non è una condanna. È una mappa di dove ha senso investire. Copertura dei vasconi. Spandimento rapido, interramento. Additivi nei liquami, dove sono ammessi e dove funzionano. Alcuni allevatori li hanno già fatti perché ci abitano accanto. Il vicino che non chiama più quando tira vento è un dato anche quello.

Una stalla, un vascone, una scelta

Conosco un’azienda da latte che, per anni, ha tenuto il vascone scoperto perché “si è sempre fatto così”. Quando hanno messo la copertura, il vicino ha smesso di chiamare quando tirava vento. Il titolare mi ha detto: “Non l’ho fatto per salvare il pianeta. L’ho fatto perché ci vivo.”

Poi è arrivato il digestore, in società con altre tre stalle. I reflui che prima stavano lì a fermentare all’aria oggi fanno biogas. Non è la soluzione di tutti. Non tutti hanno i capi, i terreni, i soldi. Ma è una direzione vera: mitigazione in cortile, non dichiarazione sui social.

La genetica che migliora l’efficienza alimentare, la razione che taglia l’azoto in eccesso, il biogas, i copriliquami: questa è la zootecnia che io difendo. Non quella che nega il problema. Quella che lo misura e lo lavora.

Per una mappa di chi racconta il settore in Italia, c’è la pagina sul settore zootecnico. Per come parlare di questi temi senza alzare muri, ho scritto anche di divulgazione zootecnica e fake news.

Come teniamo insieme clima, animali e persone

Il benessere animale e l’ambiente, in stalla, non sono due bandiere opposte. Una mandria che sta meglio spesso converte meglio, si ammala di meno, spreca di meno. Se vuoi il pezzo su come raccontare quel benessere a chi compra, c’è comunicare il benessere animale. Qui resto sui conti del cielo e dell’aria.

Riassumendo, senza slogan:

  • L’agricoltura è il 7,7% delle emissioni italiane di gas serra (2024, ISPRA).
  • Gli allevamenti circa il 5,8%. Il peso esiste. Non è il motore del clima nazionale.
  • Il metano enterico è carbonio del ciclo vivo (erba → rumine → aria → erba, in circa dieci anni). Il fossile è carbonio nuovo, tirato su dal sottosuolo.
  • Dal 1990 il settore agricolo ha tagliato oltre un quinto dei propri gas serra.
  • L’ammoniaca: agricoltura ~91% del totale nazionale (323,5 kt nel 2024), in calo del 24% dal 2005. Si lavora sui reflui.

Io credo nella zootecnia anche per questo. Perché ho visto stalle che migliorano, non solo stalle che resistono. Perché i dati, se li usi dritti, non ti chiedono di scegliere tra il pianeta e la vacca. Ti chiedono di fare il mestiere con più precisione.

Se ti serve aiuto a portare questi numeri in un incontro, in un post, in un’assemblea di cooperativa — senza pamphlet e senza scontro — scrivimi dai Contatti. Portiamo ISPRA al tavolo, e una storia di stalla accanto.