Il metano che esce da una vacca e il metano che esce da un pozzo di gas hanno la stessa identica formula chimica, CH₄, ma non trasportano lo stesso carbonio. È una distinzione che nei talk show non entra mai, perché richiede trenta secondi in più di spiegazione, e che invece cambia radicalmente il senso di tutto il dibattito sugli allevamenti e il clima.
Il peso del metano enterico esiste e va preso sul serio, non ho nessuna intenzione di negarlo. Ma non è la causa principale del riscaldamento globale, e soprattutto non è carbonio nuovo tirato fuori dal sottosuolo. I numeri nazionali li ho già messi in fila in allevamenti ed emissioni della zootecnia italiana; qui voglio restare sulla molecola, su dove si trovava quel carbonio prima e dove va a finire dopo.
Dieci o dodici anni: quanto resta il metano in atmosfera
L'IPCC, nel Sesto Rapporto di valutazione, classifica il metano tra i cosiddetti climalteranti di vita breve. La sua permanenza media in atmosfera è di circa dieci-dodici anni, e per il calcolo delle metriche l'AR6 utilizza una vita di perturbazione intorno agli undici anni e mezzo. Trascorso quel periodo il CH₄ si ossida e si trasforma in gran parte in anidride carbonica e acqua. Non resta lì per secoli come la CO₂ di origine fossile.
Questo non significa che sia innocuo, e va detto senza sconti perché è il punto su cui il settore rischia di perdere credibilità. Finché resta metano, quel gas scalda parecchio più della CO₂ a parità di molecola. Ridurne le emissioni ha un effetto rapido sul picco di riscaldamento, ed è esattamente il motivo per cui lavorare su razione, genetica, salute della mandria e gestione dei reflui resta una leva sensata. Non è però il motivo per raccontare una bovina come se fosse una centrale termoelettrica.
Erba, rumine, aria e di nuovo erba
Il metano prodotto dai ruminanti è metano biogenico, e la differenza sta tutta nell'origine di quell'atomo di carbonio. Non arriva dal petrolio, arriva dall'erba, dal fieno, dal mais e dai foraggi, cioè da piante che pochi mesi prima hanno assorbito anidride carbonica dall'atmosfera attraverso la fotosintesi.
Il ciclo si chiude in tempi brevi. L'erba cresce catturando carbonio dall'aria, la bovina la mangia e nel rumine i microrganismi la fermentano, producendo una quota di metano che l'animale espelle soprattutto eruttando, non nel modo che racconta la battuta corrente. Quel metano resta in atmosfera una decina d'anni, si ossida tornando anidride carbonica, e quella CO₂ può essere riassorbita dal prato che ricomincia a crescere. Campo, animale, aria, campo.
È un ciclo che esiste da quando esistono i ruminanti, selvatici o domestici. Un cervo in un bosco e una bovina in una stalla della pianura padana stanno compiendo, dal punto di vista chimico, la stessa identica operazione: cambiano la densità degli animali, la razione e l'efficienza di conversione, non il fatto che quel carbonio fosse già in circolo tra cielo e suolo.
Il carbonio dei combustibili fossili, invece, era sepolto da milioni di anni. Quando lo estrai e lo bruci, o quando il metano fugge da un pozzo, da un gasdotto o da una miniera, immetti in atmosfera carbonio che con il ciclo vivo non aveva più nulla a che fare, e che resterà in gioco come CO₂ per secoli. L'IPCC nel contributo del Terzo Gruppo di lavoro attribuisce al metano fossile un potenziale di riscaldamento a cento anni leggermente superiore a quello biogenico proprio per questa ragione: ossidandosi aggiunge anidride carbonica nuova al sistema.
Attenzione, però, a non ribaltare l'argomento e trasformarlo in uno slogan. Il metano biogenico non è neutrale dal punto di vista climatico. Se la mandria cresce, cresce anche lo stock di CH₄ presente in atmosfera e con esso il riscaldamento. Il ragionamento vale perché in Italia i capi bovini sono in calo dal 1990 e la produttività per animale è aumentata: significa che stiamo tenendo in moto un ciclo esistente, non che stiamo aggiungendo continuamente carbonio nuovo come fa il settore fossile.
Un prato di giugno, dietro la stalla
Questa distinzione si vede meglio in cortile che in un grafico.
Tardo pomeriggio di giugno, un prato dietro la stalla ancora verde perché ha piovuto la settimana prima. L'erba che le bovine stanno per mangiare è fatta di carbonio che fino a poche settimane fa era aria. Gli animali escono, e sul cancello c'è il figlio del titolare che guarda passare la mandria una per una: controlla che escano tutte, che nessuna zoppichi, che le vasche dell'acqua siano piene. Non sta emettendo, sta facendo il suo turno, e sta tenendo insieme la salute di quegli animali, un bilancio aziendale e il fatto che domattina il latte dovrà esserci.
Una parte del carbonio di quell'erba tornerà in aria sotto forma di metano, poi di anidride carbonica, poi di nuovo erba. Il gasolio del trattore che ha girato il foraggio quel pomeriggio, invece, è carbonio che stava sottoterra e che ora è in atmosfera per restarci. Due operazioni completamente diverse nello stesso cortile: se le confondi, finisci per chiedere alla vacca di pagare il conto del pozzo di estrazione.
Il problema esiste, ma va messo in scala
Quando il settore zootecnico ha un problema bisogna dirlo, e il metano enterico è uno di questi: va misurato e va ridotto dove si può. Detto questo, un problema si valuta anche in proporzione agli altri.
In Italia, secondo i dati ISPRA, i trasporti da soli valgono il 31,2% delle emissioni nazionali di gas serra, mentre l'agricoltura nel suo complesso si ferma al 7,7% e gli allevamenti si collocano intorno al 5,8%. A livello globale il settore tessile, secondo UNEP, pesa tra il 2 e l'8% dei gas serra, con in più il problema delle microplastiche. Il confronto diretto con la mobilità l'ho sviluppato in trasporti e zootecnia, quello con il consumo di abbigliamento in fast fashion e zootecnia.
C'è poi un aspetto geografico che chiude il ragionamento. Chiudere gli allevamenti italiani non spegne il metano del pianeta: sposta la produzione verso paesi che hanno regole più deboli su reflui, farmaco e benessere animale, e che spesso hanno una filiera energetica più dipendente dal fossile, a cui va aggiunto il trasporto navale. I ruminanti nel mondo restano. Cambia soltanto chi li controlla.
Cosa si può fare davvero, senza promettere miracoli
Le leve che funzionano in stalla sono noiose e per questo non fanno notizia, ma i risultati li danno.
- La razione più precisa. Una formulazione equilibrata riduce l'azoto sprecato e rende la fermentazione ruminale più efficiente, il che significa meno metano per litro di latte prodotto.
- Genetica e longevità. Una bovina che dura più lattazioni e converte meglio permette di produrre la stessa quantità di latte con meno animali in stalla.
- La salute della mandria. Un animale che sta bene spreca meno energia e ha una conversione migliore: benessere animale ed efficienza ambientale, quando il lavoro è fatto bene, camminano insieme.
- La gestione dei reflui. Coperture delle vasche e digestori anaerobici dove i numeri aziendali lo consentono intercettano il metano invece di lasciarlo evaporare.
Io credo in questa zootecnia.
Se ti serve portare questa distinzione in un incontro pubblico, in un'assemblea o in un articolo, e vuoi farlo senza cadere né nel pamphlet né nello slogan della vacca che salva il clima, scrivimi dai Contatti. Portiamo al tavolo i dati IPCC e anche quel prato di giugno, perché senza l'uno o senza l'altro il discorso non regge.
