Se sei vegano, la tua scelta va rispettata. Non la prendo in giro e non ti chiedo di cambiare piatto. C’è chi lo fa per gli animali, chi per il pianeta, chi per la salute, chi per ragioni che non deve spiegare a me. Io lavoro in stalla; tu, a tavola, hai trovato un altro modo. Possiamo parlarci lo stesso, senza farne una battaglia.
Non sto giudicando il tuo bicchiere, sto parlando del paese. Latte, uova, formaggio e carne restano alimenti per la gran parte delle persone: un bisogno, non un vezzo. E se non li produce una stalla italiana, li produce un’altra, in un altro paese.
Il tuo piatto, e il frigo di tutti gli altri
In Italia chi è vegano ha il diritto di esserlo in pace. Il resto del paese continua a fare colazione col latte, a mettere il formaggio sulla pasta, a comprare uova. Quella domanda non sparisce se un’azienda da latte in pianura chiude: sparisce quella stalla, quel nome, quel cancello. Il banco si riempie lo stesso, con un cartone, una forma o un pezzo di carne che hanno fatto più strada e, spesso, hanno subito meno controlli.
Non ti sto chiedendo di comprare bistecche. Ti sto dicendo cosa succede comunque, nel mondo reale, se le aziende zootecniche italiane chiudono. Qualcuno, fuori dal tuo piatto, continuerà a mangiare alimenti di origine animale: se smette di mungere qui, munge altrove. Il frigo del paese non rimane vuoto, cambia solo l’origine.
Il quadro delle alternative industriali sta in plant based e zootecnia. Qui la domanda è una sola: è meglio che resti una stalla italiana, o che quel cibo arrivi da un paese che non ha le nostre regole?
Cosa dicono, in pratica, le regole italiane
In Italia e in Europa il benessere animale, l’uso del farmaco, l’igiene e la tracciabilità non sono uno slogan da sito. Ci sono la direttiva 98/58/CE, i controlli ufficiali, ClassyFarm e i tempi di sospensione del farmaco: è carta che in cortile pesa ogni giorno, non letteratura.
Chi lavora in quelle aziende lo sa meglio di chi scrive un articolo. Alle cinque si munge, si guarda un quarto, si sposta in infermeria chi non sta in piedi. È fatica, attenzione, dedizione. Chi sta in stalla tiene insieme tre cose: l’animale che deve stare bene, il turno che deve chiudere, e il fatto che qualcuno — non necessariamente tu — ha bisogno di nutrirsi. Sta producendo cibo, un bisogno fisiologico, non un acquisto da vetrina.
Fuori dall’Unione Europea quel livello di tutela, spesso, è più basso: meno ispezioni, meno tracciabilità, regole diverse su benessere e farmaco. L’import non porta con sé, da solo, la sala di mungitura, i verbali, l’infermeria. Se le aziende zootecniche italiane chiudono, arriverà da noi cibo da un altro paese che, con ogni probabilità, non rispetta le stesse regole ferree. Gli animali, lì, ci sono comunque: cambiano paese e cambiano tutele.
Preferire chi produce qui non è un vezzo nazionalista, è il modo più semplice per non spostare il problema. La tua dieta può restare com’è. Il paese, no: o tiene le stalle sotto le nostre norme, o importa.
Cosa puoi fare, restando vegano
Rispetto la scelta: non è il mio mestiere convertirti. Se ti importano gli animali nel mondo, il ragionamento pratico è questo. Una stalla italiana sotto le nostre norme non è «l’allevamento» in generale, è uno standard alto. Svuotarlo in nome degli animali non alza il mondo, lo abbassa, perché il vuoto lo riempie l’import. Quando si parla di filiere, la leva utile è chiedere che gli altri si alzino alle nostre tutele, non che chiudano i cortili più controllati.
In sintesi, la scelta vegana va rispettata e non è oggetto di battuta. Nel paese, latte e carne restano cibo per la gran parte delle persone: o lo fanno le aziende zootecniche italiane, o arriva da fuori. In Italia le regole su benessere, farmaco e tracciabilità sono strette; fuori, spesso, no. Se quelle aziende chiudono, il frigo del paese si riempie lo stesso, da un paese che probabilmente non ha i nostri stessi vincoli. Favorirle, senza cambiare la tua dieta, è non spostare il problema.
Io credo in questa zootecnia Se ti stanno a cuore gli stessi animali, possiamo restare di due opinioni diverse sul cosa mettere nel nostro piatto, ma dovremmo essere concordo sul fatto che è meglio produrre nel nostro paese.
Se vuoi portare questo ragionamento in un incontro, in un circolo o in un post, scrivimi dai Contatti. Meglio partire dallo standard e da un cancello, che da uno scontro.
