Entro regolarmente in stalle dove le cuccette sono tenute meglio del divano di casa di molte persone. Ventilatori accesi prima che arrivi il caldo, acqua pulita sempre disponibile, spazzole rotanti, un'infermeria vera e un controllo quotidiano sulle zoppie prima che diventino un problema serio. È questo il benessere animale nella zootecnia italiana: non un cartello appeso all'ingresso, ma un elenco di gesti che qualcuno compie alle cinque del mattino anche quando non c'è nessuno a riprendere.
Chi fa questo lavoro sta in equilibrio ogni singolo giorno tra tre esigenze che raramente vengono raccontate insieme. L'animale deve stare bene, il bilancio aziendale deve chiudere, e qualcuno fuori da quel cancello deve poter mangiare. Non è un hobby e non è un consumo voluttuario: è produzione di cibo, cioè la risposta a un bisogno fisiologico, portata avanti con una dedizione che in nessun video promozionale riesce a entrare per intero.
Cosa chiede la legge e cosa fa in più chi ci vive dentro
In Europa il livello minimo non è un'opinione né una buona intenzione. La direttiva 98/58/CE impone requisiti su ricovero, acqua, alimentazione, ispezioni quotidiane e libertà di movimento commisurata alla specie, e l'Italia l'ha recepita con il decreto legislativo 146/2001. A questa si aggiungono le norme sul trasporto degli animali vivi, con il regolamento 1/2005, quelle sulla macellazione con il regolamento 1099/2009, e l'intero impianto sulla sanità animale del regolamento 2016/429. Non sono codici di autoregolamentazione: sono norme ispezionabili, e chi non le rispetta si prende un verbale.
Poi c'è tutto quello che la legge non riesce a prescrivere e che fa la differenza tra un allevamento sufficiente e uno fatto bene. La lettiera mantenuta asciutta anche quando piove da una settimana. La gestione della transizione nelle settimane intorno al parto, che è il momento più delicato dell'intera lattazione. Il colostro somministrato al vitello entro le prime ore e in quantità misurata, non a occhio. La densità degli animali per box, che non è un numero buttato lì. La ventilazione estiva, perché lo stress da caldo non è un dettaglio estetico ma una questione che tocca insieme il benessere e la produzione.
In Italia, per fortuna, questo si misura anche. Il sistema ClassyFarm classifica il rischio di ogni allevamento mettendo insieme biosicurezza, uso del farmaco e strutture, mentre il Sistema di Qualità Nazionale Benessere Animale prova a rendere visibile al consumatore uno standard che va oltre il minimo di legge. Non è la perfezione, è una direzione di marcia. E la figura che tiene insieme la sanità della mandria nel tempo è il veterinario aziendale, che spesso conosce quelle bovine meglio di chiunque altro.
"Stanno meglio da noi" rispetto a chi, esattamente
Su questo punto il dibattito si storce quasi sempre, quindi vale la pena essere precisi.
Quando diciamo che gli animali stanno meglio negli allevamenti italiani, il termine di paragone sono le filiere extra-UE che non hanno i nostri vincoli, non il prato della pubblicità. Quel prato è una bella immagine ma non nutre sessanta milioni di persone e non fa quadrare i conti di una famiglia che alleva. Il mondo reale è quello in cui si produce cibo per miliardi di persone, con regole che cambiano radicalmente da un paese all'altro. L'Europa ha le più severe. Fuori, molto spesso, quelle tutele non esistono oppure esistono solo sulla carta.
Anche la scienza, del resto, non racconta un idillio. L'EFSA, nel suo parere sul benessere delle bovine da latte, parla apertamente di zoppie, mastiti, spazio disponibile e tempo di riposo, indicando dove il settore deve ancora migliorare. È esattamente da lì che partono le accortezze quotidiane: materassini e lettiere che tengono asciutto, spazzole perché l'animale possa grattarsi da solo, acqua pulita a volontà, separazione tempestiva dei soggetti malati. Non è poesia, è mestiere, ed è anche buon senso economico, perché una mandria che sta bene converte meglio, si ammala meno e spreca meno. Benessere e produttività, quando il lavoro è fatto bene, non sono due bandiere contrapposte.
Quando c'è un problema, e in quale scala
Se in una stalla qualcosa non va, che sia una cuccetta dimensionata male, una ventilazione insufficiente o un animale che soffre, va detto e va corretto. Nessuno guadagna a nascondere le cose, e chi fa divulgazione per questo settore lo sa: la credibilità si perde una volta sola. Su come raccontare tutto questo senza costruire una favola ho scritto in comunicare il benessere animale, mentre il capitolo del farmaco, che fa parte della cura e non è il contrario del benessere, l'ho affrontato in antibiotici in stalla.
Detto questo, un problema va anche pesato per quello che è. Una cuccetta da sistemare non è la stessa cosa di un sistema produttivo, in altri continenti, dove l'animale è considerato puro costo e il controllo è facoltativo. Se ti sta a cuore il benessere animale, la domanda seria non è se debbano esistere gli allevamenti, ma in quale allevamento e sotto quale norma. E vale la pena ricordare le proporzioni anche sul piano ambientale, visto che i due temi vengono spesso mescolati: l'UNEP attribuisce al tessile tra il 2 e l'8% dei gas serra globali, mentre in Italia i trasporti valgono il 31,2% delle emissioni contro il 5,8% circa degli allevamenti.
Il benessere animale, in Italia, è fatica regolata e verificabile. È il motivo per cui, se ti importano davvero gli animali, questa zootecnia andrebbe difesa e semmai esportata come standard, non svuotata per lasciare spazio a chi regola molto meno. Chiudere una stalla italiana in nome della tutela degli animali, nella pratica, li sposta soltanto dove nessuno controlla le cuccette.
Se vuoi ragionare su come raccontare tutto questo fuori dal cancello, senza alzare muri e senza costruire favole, scrivimi dai Contatti.
