L'antibiotico-resistenza è un problema serio, su questo non ci sono margini di discussione. L'Organizzazione Mondiale della Sanità la considera una delle principali minacce sanitarie globali, e si combatte riducendo l'uso, migliorando la diagnosi, rispettando i tempi e garantendo la tracciabilità. Non si combatte chiudendo gli allevamenti italiani, perché quella scelta avrebbe come unico effetto di spostare i trattamenti in paesi dove il farmaco si vede meno e si conta ancora meno.

I numeri dell'Agenzia europea, non lo slogan

Ogni anno l'Agenzia europea per i medicinali pubblica i dati sulle vendite di antimicrobici veterinari, ponderati sulla popolazione animale di ciascun paese attraverso un indicatore chiamato milligrammi per unità di correzione della popolazione. Non è un comunicato di categoria: è il sistema di monitoraggio europeo con cui si confrontano tutti gli Stati membri.

La scheda ufficiale italiana, Italy — sales trends of antibiotic veterinary medicinal products 2010-2022, racconta una storia precisa. Nel 2010 l'Italia si collocava a 421,1 milligrammi per unità di popolazione. Nel 2022 è scesa a 157,5. Parliamo di un calo di circa il 62,7% in poco più di un decennio, e anche prendendo come riferimento il 2011, anno da cui l'agenzia calcola il trend per molti paesi, la riduzione resta del 57,5%. Solo tra il 2021 e il 2022 il consumo è calato di un ulteriore 9,2%. Il quadro europeo completo si trova nel tredicesimo rapporto ESVAC.

Non è zero e non lo racconto come una vittoria da striscione, perché il lavoro non è finito. È però una curva che si è già piegata in modo netto, e non per caso: il regolamento europeo 2019/6 ha ristretto in modo significativo i margini per profilassi e metafilassi, in Italia esiste la ricetta elettronica veterinaria che rende tracciabile ogni singolo flacone, e il sistema ClassyFarm classifica gli allevamenti anche in base a questo parametro. Il dato più incoraggiante riguarda le molecole considerate critiche per la medicina umana, cioè cefalosporine di terza e quarta generazione, fluorochinoloni e polimixine: sono quelle diminuite di più, con la colistina praticamente crollata.

Dove un uso resta, resta perché gli animali si ammalano. Una mastite, una broncopolmonite, un unghione infetto sono patologie che vanno curate, e curare fa parte del benessere animale. Lasciare soffrire un capo per poter dire di non aver usato il farmaco non è etica, è abbandono terapeutico. Il vero obiettivo è un altro: usare l'antibiotico quando serve davvero, smettere di coprire con il flacone i problemi di gestione, e garantire che nessun residuo arrivi nel bicchiere di nessuno.

Il tempo di sospensione, cioè il latte che non parte

Qui sta la leggenda più dura a morire, e conviene smontarla con precisione perché è tutta questione di procedura.

Quando un animale viene trattato scatta per legge un tempo di sospensione, cioè un periodo di ore o giorni durante il quale il suo latte o la sua carne non possono entrare nella filiera alimentare. I limiti massimi di residui ammessi sono fissati dal regolamento europeo 37/2010, e i tempi di attesa, indicati sulla confezione del medicinale oppure calcolati dal veterinario quando si esce dalle indicazioni registrate, servono esattamente a garantire che al momento del consumo si resti sotto quei limiti.

Nella pratica quotidiana funziona così. La bovina trattata viene marcata in modo visibile, il suo latte finisce in un contenitore separato o viene smaltito secondo le procedure aziendali, e qualcuno conta le mungiture e firma il registro. Poi ci sono i controlli ufficiali, i piani nazionali sui residui e i prelievi periodici sul latte di massa: se salti il tempo di sospensione rischi di far respingere l'intero carico e di prenderti una sanzione pesante. All'allevatore non conviene in alcun modo, e al veterinario che tiene alla propria professione conviene ancora meno coprire una scorciatoia.

Il veterinario aziendale, dove è presente in modo strutturato, lavora proprio su questo: protocolli scritti, registri aggiornati, e la disciplina di trattare il singolo animale invece del gruppo per abitudine. A monte c'è tutto il capitolo del benessere, che ho raccontato in benessere animale in stalla, perché cuccette asciutte, buona ventilazione e una transizione gestita bene riducono in modo misurabile il bisogno di farmaco. Meno zoppie e meno mastiti significano meno antibiotici: è una frase che si dice in tre secondi e che in azienda vale un anno di lavoro.

Chiudere l'Italia non spegne i batteri

Quando in un allevamento il farmaco viene usato male, senza diagnosi e senza registro, va detto chiaramente e va corretto: si forma il personale, si stringono i protocolli, si sanziona se serve. Allo stesso tempo, però, un problema va valutato nelle sue proporzioni.

L'antibiotico-resistenza non nasce soltanto in zootecnia e non si risolve spegnendo le nostre stalle. Ci sono l'uso in medicina umana, gli ambienti ospedalieri, le acque reflue, i viaggi internazionali e le importazioni: è un sistema complesso. Negli allevamenti italiani l'uso si è più che dimezzato in un decennio, con un livello di tracciabilità che gran parte del mondo non ha nemmeno immaginato. Se sposti la produzione di latte e carne fuori dai nostri confini, sposti anche i trattamenti, verso paesi che vivono senza le nostre strette regolamentazioni.

Il cibo, intanto, deve comunque arrivare, perché mangiare è un bisogno fisiologico e non un acquisto rinviabile. Chi alleva si tiene in equilibrio ogni giorno tra un animale da curare, un'azienda che deve stare in piedi e delle persone da nutrire. Negare il farmaco quando serve non è una scelta naturale: è lasciare un capo nel dolore e un paese nelle mani dell'import.

La bugia, allora, non sta nel fatto che l'antibiotico esista e a volte venga usato, perché è vero ed è giusto che sia così quando un animale è malato. La bugia sta nel raccontare che in Italia se ne faccia un uso indiscriminato e che il cartone del supermercato sia una specie di flacone diluito. I dati dell'Agenzia europea dicono un'altra cosa, i tempi di sospensione pure, e chi alle cinque del mattino è in corsia lo sa meglio di chiunque altro.

Se ti serve portare questi numeri in un incontro o in un'assemblea, senza alzare muri ma anche senza nascondere i casi in cui le cose vanno male, ho scritto anche di divulgazione zootecnica e fake news. E se vuoi confrontarti direttamente, scrivimi dai Contatti.